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L’epicondilite: cos’è e come si cura

L’epicondilite, anche definita più comunemente “gomito del tennista”, è una malattia infiammatoria che colpisce il gomito, più precisamente il muscolo estensore radiale breve del carpo e la sua inserzione ossea sull’epicondilo omerale, ed è riscontrabile prevalentemente in soggetti che sollecitano assiduamente il muscolo citato.

Le cause ancora oggi non sono del tutto chiare ma si ipotizza siano spesso di origine degenerativa microtraumatica e che possa esserci una predisposizione locale ed individuale a sviluppare questo disturbo. I sintomi si manifestano in forte dolore cronico locale e difficoltà di alcuni movimenti che coinvolgono le braccia e se non si interviene repentinamente sull’infiammazione il gomito può gonfiarsi, sintomo di un versamento di liquido sinoviale interno. In Italia si stima che la fascia di età più colpita dall’epicondilite va dai 30 ai 50 anni, senza alcuna distinzione di sesso.

Un esame completo per diagnosticare questa malattia comprende l’analisi sull’epicondilo nell’eseguire alcuni movimenti, la palpazione, test semeiologici specifici ed esami strumentali (ecografia, tac, risonanza magnetica e radiografia). Considerando che è una malattia dovuta ad attività ripetute meccanicamente, la prima azione da compiere per la guarigione è il riposo per poi ricorrere ad antinfiammatori e ad infiltrazioni locali con steroidi. Uno dei metodi più diffusi oggi è costituito dalle onde d’urto focali, poichè garantiscono una maggiore probabilità di guarigione dalla malattia nella maniera meno cruenta possibile.

Per una guarigione completa dall’epicondilite, alle alternative finora elencate bisognerebbe sempre associare un programma riabilitativo fisioterapico, il quale permette di recuperare la funzionalità del braccio e aiuta a correggere il movimento ripetitivo che ha generato la malattia, modificando le abitudini, la posizione o gli strumenti di lavoro del soggetto, e rinforzando la muscolatura del braccio con esercizi di stretching.

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